prossime S.Messe
30 settembre Orari S.Messe 7.00 8.30 10.30 17.00 19.00
Covid – 19
Nostra Signora di Cividino, in questo momento di incertezza,prega per noi.
Our Lady of Cividino, in this moment of uncertainty, pray for us.
IL MIRACOLO (Ricostruzione immaginaria di un evento documentato e accaduto a Cividino nel 1597)
“ Tò, ciapa ! (Tieni, prendi !) “
La Lucia tese al bambino una frittatella e un pezzo di pane, avvolti in un panno e accompagnò il gesto con un sorriso. Il bambino rispose a sua volta con un sorriso e si allontanò lentamente con il suo piccolo gregge. Anche quella mattina alla Lucia si strinse il cuore mentre lo osservava dalla soglia di casa, fino a vederlo scomparire in lontananza, in direzione del fiume. Era sano il suo Lüigì, cresceva bene, era docile e ubbidiente, ma non sarebbe mai stato come i suoi fratelli.
“Quando ta saret grant, ricordet che ta garet de pensaga te a tò fredel, perché lü, poorì, l’sarà mai come te e me ga sarò piö (Ricordati che, quando sarai grande, dovrai pensare tu a tuo fratello perché lui, poverino, non sarà mai come te e io non ci sarò più) “.
La Lucia si asciugò una lacrima che ancora una volta le sfuggì e passò la mano ruvida sulla testa bionda e arruffata del secondogenito che le stava accanto e che le arrivava appena alla cintola. Il bambino la guardò con occhi tristi dai quali però trasparivano una comprensione e un consenso da grande.
“Dai, adess va a et se le galine le ga fat na quach öf…(Dai, adesso va a vedere se le galline hanno fatto qualche uovo) “
Il Gioanì non se lo fece ripetere e sgambettò fino al pollaio. La Lucia rientrò in casa e chiuse la porta, poi tolse dalla culla il più piccolo che aveva cominciato a frignare, gli pulì il nasino che colava abbondantemente e quindi lo allattò vicino al fuoco.
un giorno
Era una giornata fredda quell’ultimo giorno di settembre, la pioggia non aveva dato tregua nei giorni precedenti e l’umidità penetrava fin dentro le ossa.
Mentre si avvicinava al fiume, Lüigì notò quanto si era gonfiato, l’acqua verde scorreva impetuosamente, dilagando anche lungo le rive e sommergendo in parte le robinie e i cespugli delle more. Quante ne aveva raccolte durante l’estate ! E poi con la mamma e il Gioanì ne aveva mangiate fino a farsi diventare viola le dita.
Non perdeva d’occhio le sue pecore che avanzavano lentamente, vicine l’una all’altra, come a volersi scaldare. Avevano imparato il percorso ormai e sapevano che, nei prati che costeggiavano il fiume, le attendeva un’erba fresca e gustosa di cui avrebbero potuto saziarsi fino al tramonto.
Lüigì le conosceva una per una, le sapeva distinguere da piccoli dettagli e del resto non erano molte, ma non aveva mai dato loro un nome. Lui non sapeva cosa fossero i nomi, non li aveva mai sentiti e tantomeno pronunciati, era sordomuto. Il suo era un mondo fatto soltanto di colori, forme, odori e sensazioni tattili. E i suoi pensieri non erano fatti di parole, trovavano spazio ed espressione solo in qualcosa che aleggiava nella sua piccola anima e nel respiro che si allargava e si restringeva a seconda dei momenti e delle emozioni che viveva. Quando, un mese prima, il papà era morto, aveva creduto che non sarebbe più riuscito a respirare come prima. Aveva sentito come una contrazione al petto che gli risucchiava tutta l’aria. La mamma piangeva e la sua bocca aveva preso una forma strana che non le aveva mai visto prima, sembrava una voragine e dentro ci finivano anche le lacrime perché lei non riusciva più a smettere di piangere.
E il papà era li, steso su un pagliericcio, immobile e pallido. Lüigì intuiva che forse non si sarebbe più rialzato e che magari sarebbe finito sotto terra, come ogni tanto accadeva a qualcuno. In paese era già successo a molti, accadeva continuamente, soprattutto ai bambini. Ma la mamma poi aveva trovato la forza di congiungere le mani, come in preghiera e vi aveva appoggiato la guancia, lo aveva portato all’aperto e, indicandogli il cielo, gli aveva fatto intendere che il papà si era addormentato sulla terra per andare in cielo. Lüigì non capiva perché bisognasse addormentarsi e finire sotto terra per raggiungere il cielo, ma la mamma era sicura, le credeva e il cielo, così azzurro, era bello. Ci abitava pure la signora con il mantello e l’aureola che aveva visto raffigurata nella santella giù al fiume. Anche davanti a quel dipinto, la mamma un giorno gli aveva indicato il cielo, come lo indicava il bambino che la signora teneva in grembo e Lüigì aveva pensato che il cielo doveva proprio essere un bel posto se anche quella signora, dalla pelle così bianca e pulita e il prezioso mantello chiuso da una fibbia d’oro, ci abitava.
Quando raggiunse lo spiazzo sulla riva del fiume, lasciò che le pecore si sparpagliassero come volevano e subito andò a salutare la signora del dipinto. Come faceva la mamma, si inginocchiò e mosse le labbra, perché così aveva visto fare e credeva si dovesse fare. A modo suo, senza parole, pregava, ma erano solo immagini quelle che gli scorrevano nella mente. Rivedeva il suo papà e, con un moto dell’anima, chiese alla signora di fargli compagnia, di proteggerlo perché sembrava grande e grosso, ma a volte si ammalava e le chiese di proteggere anche la sua mamma e i suoi fratelli, soprattutto quello più piccolo che aveva sempre la tosse e il raffreddore. Poi, per alcuni minuti, rimase come sempre estasiato in contemplazione della signora dai lunghi capelli di un biondo scuro, dalle guance rosate e del bambino ricciuto e paffuto che, con due ditini della mano destra, puntava il cielo. Doveva essere bello stare con loro in cielo se già era così bello vederli sulla terra e avvertì una specie di gioia e di incanto che gli dilatavano lo stomaco, facendolo sentire più leggero. Il cielo quel giorno era di un azzurro che tendeva al grigio e dal fiume saliva una leggera foschia che annebbiava anche la visione delle colline che si intravedevano in lontananza.
Lüigì poi si sedette su di un grosso sasso, senza perdere di vista le sue pecore ed estrasse dalla tasca un piccolo coltello con il quale cominciò a pulire un lungo ramo per farne un bastone. La corteccia scivolava via con facilità e il profumo del legno appena denudato aveva qualcosa di inebriante. Più tardi con quel bastone avrebbe frugato nell’erba e sotto gli alberi alla ricerca di funghi. Il papà gli aveva insegnato a distinguere quelli che si potevano mangiare, da quelli velenosi e le abbondanti piogge degli ultimi giorni sicuramente ne avevano fatti spuntare molti. Ma il papà certo gli sarebbe mancato molto in primavera quando bisognava tosare le pecore, quel pensiero gli fece tremare un po’ le gambe. Ma forse lui e la mamma ce l’avrebbero fatta. Era brava poi la sua mamma a cardare, filare e lavorare la lana, sapeva fare calze, coperte, maglie e scialli, guanti e sciarpe calde calde, come quella che gli aveva avvolto intorno al collo in quella fredda mattina.
Quando sentì un po’ di fame, aprì il panno nel quale c’erano il pane a la frittata. Prima però ne offrì un po’ alla signora. Ne fece tre parti uguali e per sé ne tenne una sola, faceva sempre così nei giorni in cui portava le pecore a pascolare vicino al fiume, anche se poi tornava a casa con una fame da lupi. Depositò il cibo sulla mensola che stava alla base dell’immagine e si fece un segno di croce, come era abituato a fare prima di ogni pasto, poi tornò al sasso. Mentre sbocconcellava il suo pane, vide che una frotta di uccellini si erano posati sulla mensola, becchettando frittata e pane, non ne lasciarono nemmeno una briciola e poi volarono via. Per Lüigì era giusto così, perché la signora abitava in cielo e di sicuro gli uccellini avrebbero portato la sua offerta a lei e al bambino.
vita quotidiana
Poi radunò le pecore e le portò in un prato un poco più avanti, avendo cura di tenerle lontane dal terreno che era stato invaso dall’acqua. C’erano ancora dei fiori lungo il cammino, forellini dai colori delicati che andavano dal lilla, al rosa, al giallo. Ne fece un mazzetto per la mamma e pensò di raccoglierne anche per la signora. Sentiva costantemente la sua presenza, proprio come se fosse viva e lo seguisse con lo sguardo. Oltre ad incantarsi dei colori di quei fiorellini, a Lüigì piaceva sfiorarne i petali per sentire quanto erano lisci e delicati. Era bello anche passare la mano sulle cappelle morbide dei prataioli e sentire il loro profumo. Ne trovò tanti e con i funghi riempì il panno rimasto vuoto dopo il pranzo.
Poi raccolse un po’ di legna per il camino. I rami caduti erano bagnati, ma presto nella legnaia sarebbero asciugati e il camino li avrebbe divorati adesso che il freddo stava arrivando. Tagliare un albero però era impossibile, a quello aveva sempre provveduto il papà… Come avrebbero fatto lui, la mamma e i fratelli, a passare l’inverno ? Il gelo era tanto e di legna c’era bisogno. Quel pensiero rallentò il suo respiro. Non aveva abbastanza forza per tagliare un albero, ma forse sarebbero bastati dei rami per un inverno, due, o tre e poi ce l’avrebbe fatta. I rami sarebbe riuscito a tagliarli con l’accetta. Snodò una cordicella, che portava sempre con sé, legò i rami e preparò una fascina non troppo pesante da portarsi dietro al ritorno.
Ma c’erano anche altre persone venute a raccogliere i funghi. In lontananza Lüigì riconobbe la Rosina e una sua sorella più grande. Il cuore gli balzò in gola e di nuovo le gambe presero a tremargli. Sperava che si avvicinassero e di poter scambiare con la Rosina uno sguardo, come a volte accadeva quando si incontravano per strada. Lüigì sapeva di essere diverso dagli altri bambini e avvertiva in un modo un po’ confuso e doloroso che la Rosina avrebbe solo potuto guardarla, anche quando sarebbe diventato grande. Ma quegli sguardi, che duravano un attimo, facevano bene al suo respiro e davano un sapore diverso alle sue giornate. Le due figurette però, anziché avvicinarsi, si allontanarono sempre più, fino a scomparire.
Lüigì si sentì più solo, con le sue pecore, i funghi, la fascina e il mazzetto di fiori, ma riapparve nella sua mente l’immagine della signora, sembrava che gli sorridesse con dolcezza, come per consolarlo e riuscì a non piangere.
Quando la luce cominciò a calare, radunò le pecore e prese la via di casa. Per quanto avesse cercato di evitare i punti sommersi dall’acqua, aveva i piedi bagnati dentro agli zoccoletti e sentiva un gran freddo. Di notte sarebbe stato anche peggio, ma di legna per il camino ce n’era ancora e anche quella notte sarebbe passata.
Giunto davanti alla santella si fermò, divise in due il mazzetto di fiori e ne depositò la metà sulla mensola e poi ancora una volta si inginocchiò. Pregò ancora la signora, le chiese di aiutarlo, se poteva, a trovare tanta legna per l’inverno, soprattutto per il Bepino, il più piccolo, che rischiava di finire sotto terra se la tosse gli avesse tolto il respiro.
il miracolo
Notò, come se lo vedesse per la prima volta, che il bambino della signora era nudo. Rabbrividì. Il mantello prezioso di un rosso scuro della mamma non riusciva a coprirlo. Allora, seguendo un impulso improvviso, si tolse la sciarpa, l’appese al ramo di una piccola quercia cresciuta dietro la santella e che spuntava nel punto giusto. La lasciò cadere obliqua sulla mensola: così il bambino era tutto coperto. Sorrise, soddisfatto, e gli sembrò che anche la signora apprezzasse il suo gesto. Gli ultimi raggi del pallido sole che alla fine era spuntato, illuminavano come mai la sua aureola, facendola quasi sfolgorare e lanciando bagliori che per un attimo lo sorpresero e quasi lo spaventarono. Era come se tutta la santella si fosse all’improvviso illuminata e fosse circondata da un alone dorato.E, anziché sentire freddo al collo, sentì uno strano e forte calore che gli prendeva anche tutta la testa. Allora si rialzò, salutò con un cenno della mano la signora, appese il fagottino con i funghi e i fiori al bastone, si mise la fascina sulle spalle e spinse il gregge verso casa. Ma quella sensazione di calore non lo abbandonava, si era trasferito a tutto il corpo, non sentiva nemmeno più freddo ai piedi. Chiuse nel recinto le pecore, depositò la fascina nella legnaia e poi entrò nella sua casupola. Si sentiva anche da fuori il profumo della zuppa che la Lucia aveva messo sul fuoco.
Non sapeva di avere le guance in fiamme, il viso paonazzo e, quando la mamma si voltò e lo vide, si spaventò.
“ Cosa ghet ? Ghet la feer ? E ndo ela la sciarpa ? L’et perdida ? (Cos’hai ? Hai la febbre? E dov’è la sciarpa ? L’hai persa ? “ E la Lucia, per farsi capire, passò una mano sul volto del bambino che scottava e poi gli sfiorò il collo.
“No, mama…l’ho mia perdida…go quarciat zo l’bambì de la Madona…l’è töt nüt…e l’fa issé fret…( No, mamma.. non l’ho persa.. ho coperto il bambino della Madonna…è tutto nudo…e fa così freddo)”
La Lucia non svenne, ma cadde in ginocchio davanti a lui, senza osare toccarlo e balbettò : “ Cosa…cosa …ghet dit ? (Cosa…cosa…hai detto ? )”
“Go dit che l’ho doprada per quarcià zo….(Ho detto che l’ho usata per coprire…)”
Ma non potè finire perché la Lucia lanciò un urlo che fece accorrere tutti i vicini.
“’ ’L me Lüigì ‘l parla…’l parla …e ‘l ga sent !!! Miracol ! La Madona la m’ha fat el miracol!! (Il mio Lüigì parla…parla …e ci sente !!! Miracolo ! La Madonna mi ha fatto il miracolo!!)“
Piangeva, rideva, alzava le braccia al cielo e poi le sbatteva lungo i fianchi, sul grembiule e si prendeva il viso con entrambe le mani, dimenando il capo, in un incontenibile alternarsi di gioia e di immenso stupore.
La voce si sparse rapidamente nella piccola contrada di Cividino e per tutta la notte, chi poteva e anche chi dovette fare un grande sforzo, sostò in preghiera davanti alla santella miracolosa che ancora sembrava risplendere sotto i raggi della luna.
La sciarpa non c’era più, ma nessuno si chiese dove fosse finita, solo Lüigì era sicuro che gli uccellini l’avessero portata in cielo.


Santuario 2025